Piedi della mia terra racconto autobiografico

 

L’ortica abbarbicata al muro, sgretola il tempo. Il sole dal mare, a Porta Barletta, regala raggi. E’ in alto la porta, rudere di tempo, dove Gioiosa la vecchia pone spalle al Gallizzi e dove al prospetto, il mare, ha turchini di incanto e i “ giardini” coi verdi clorofillanti, gravidi d’arance a gara coi limoni e i limoncelli, offrono odore che fa eternare la vita. A Porta Barletta gli scalini serpeggiano e la madame sul solaio o sul davanzale del balcone, fanno tesoro il fuso e la conocchia s’arricchisce di seta filata.

Scalzi i piedi, scalzi tutti i piedi delle donne al mio paese, i pollici fermano “la pedalora” del telaio e il cotone nel manganello si dipana, mentre alla speranza canta amore. Ha galline lungo scalinata, porta Barletta, ovunque galline, e come l’urtica sui muri centenari sono le pulci nelle gambe. Galline e sporcizia: dita di piedi nudi a sporcizia di strada, a sporcizia che rimane e si fa creta col fango fra gli incavi. Poi, sole che asciuga, sole forte di Calabria.

I piedi di Mararosa hanno virtuose le dita sulla “pedalora” e si arragnano mentre la spoletta annaspa tela a seno ventenne che  si scuote al canto forte del tric-traccare del telaio, nella stanza dov’è capra per latte e maiale che mugugna. Le galline sempre e  ovunque, gallo barbigliuto, i piedi della miseria sovrani a Gioiosa Ionica, io bambino.   Mbelalò, sugli scalini della chiesa, stanco per caldo di sole e per poca salute, offre dita callose, le asciutte parti spaccate ricordano grattugia e il colore è di un grigio chiaro, non destinato a sparire, tanto è tempo che non v’è dono acqua, oltre quella del cielo, limacciosa, da Barletta verso mare. “Facchini” ne ha tanti il paese, quanti la fame che è forte. Quando i buoi tirano carro per farina da portare, è codazzo di piedi  a selciato di fuoco che spacca carne per sabbia salata dal mare. Infangati sempre, i piedi, perché Gioiosa ha povere strade, dirupi, ortiche, galline per le vie, odore di zagara, desiderio di donna e non importa se nudi i piedi, poco pane, sarde salate soltanto e acqua di Crini o “ da funtana grandi”.

Ma il barone ha le scarpe, pure suo figlio ce l’ha, e in casa del barone, le scarpe le hanno tutti; non così il figlio del suo “foritano” che al campo tira calci tanto forti che lo chiamano Monzeglio e col pollice e con l’indice del destro, del destro piede, dà pizzicotti da fare venire i brividi.

A Santa Tecla, nella cava, gli Scriccimini vasai, aspettano caldo di sole affinchè la creta si tragga facilmente per tornare poi gravati curvi dal peso dei carichi, col fresco, sotto la luna. I piedi adagiano ad intelligenza d’uomo, le dita si arcuano, divergono, si attanagliano, fanno polvere. Se è fango la terra fra un dito e l’altro è spremuta di mota che fuoriesce ma che s’asciuga poi, per calura di sangue; rimane fresca però, se nel cielo le nuvole non consentono al sole asciugare terra.

Hanno i vasai a Gioiosa gambe forti e i reumatismi non sono di casa se su ammassi di creta fresca ( alti mezzo metro e con diametro due quasi) col sale mischiata, vi salgono e impastano roteandosi.  Sembra che ballino facendosi perno sulla gamba sinistra mentre la destra, a cronometrica precisione, dà colpi col tallone e  la pianta, dito a gioco di movimenti, le orme, concentriche, perfette, precise, cento duecento, non ha importanza quante volte quelle impronte. Ma sono più che mille e sono piedi che lavorano, piedi che si fanno fango, che i calli hanno e divengono grandi smisurati, capolavoro umano dove il sangue si aggruma per stanchezza e dove una scarpa non entra, perché le dita  ormai sono radici alla terra che le ha fatte sue, che le accoglie e che per sè conserva.

piedi della mia terraPiedi della mia terra! Contadine all’ulivo saraceno scarmigliati i capelli per sciroccale. Venditori di lupino e di castagne, quanti natali, là, incappucciati nella piazza grande, compagno solo il fumo e la ricchezza dei due soldi per “valore” vendute. E inquadrano pure la vostra miseria le guardie, venditrici di legna, l’una accanto all’altra, pochi soldi la fascina e il cammino, i piedi vostri, l’hanno iniziato di notte, dai monti di Drusù.

Venditori di fichidindia, i vostri piedi conoscono spine e con i pochi soldi un pane nero non lo portate ai vostri figli. Piedi della mia terra!

Vajuse, anni venti, io: piedi muoiono per freddo! Treno lungo, piedi, piedi per cuscino, piedi cancrenosi. Poi guerra ancora e dal cielo, su Dresda, su Berlino, su tutti, cateratte di bombe. Piedi staccati per fuoco, sono piedi nudi per fame d’altri, che si deve calzare, sono piedi ancora di gente arresa; nel fango gonfi per sangue: piedi !

Sanguina rosso d’uva il pigiatore che non vende il mosto e  canta canzoni di fame alla sua donna, poi, lascia la sua vigna e il piede si fa gramigna lungo cammino tanto è l’emigrare.

A conquista degli spazi, nel mistero il volo del forte, che col sinistro piede vince luna e la storia scrive nuovo cielo.

La volkswagen investita ha i suoi morti fra le ferraglie e lei, la sola scampata, grida al cielo la sventura. E una canzone, dalla radio dell’auto che non tace, odora l’aria, al sangue sul suolo. I piedi sull’asfalto caldo d’una strada del Sud s’appiattiscono sopra catrame;  il nero, sporca via via le dita, le sporca…

Non una gallina per la strada, piedi della mia terra!

Salvatore Incorpora   in “La Calabria” Anno IV N.7, 15 aprile 1971 pag 3